Il Responsabile dell’Area Diritto e Politiche dell’Unione Europea di Confcommercio Milano-Lodi-Monza e Brianza fa luce sulle sfide e le opportunità che le micro, piccole e medie imprese devono affrontare nel rapporto con la finanza pubblica europea.
Dall’esclusione storica delle imprese del terziario dai fondi europei, fino alla necessità di una maggiore consapevolezza e accompagnamento progettuale: in questa intervista, Paolo Maria Grossholz racconta il percorso di evoluzione normativa e culturale e traccia un bilancio realistico, ma aperto alla speranza, per le PMI italiane.
Quali sono le principali criticità che riscontra, dal suo osservatorio, nell’accesso delle imprese del terziario ai fondi europei?
È necessario partire da un dato storico. Fino ai primi Anni 90, per la quasi totalità delle imprese del terziario — commercio, turismo, servizi, professioni, trasporti, logistica — era praticamente impossibile accedere ai fondi europei, sia quelli cofinanziati dalle Regioni, sia quelli gestiti direttamente dalla Commissione. Il motivo? Un’interpretazione linguistica e normativa distorta che non considerava queste imprese come “industries”(che era la parola originaria in inglese nel testo dell’Unione Europea) ai sensi della normativa vigente.
Per anni abbiamo lavorato, su basi giuridiche rigorose e non politiche, per dimostrare l’assurdità di questa esclusione, coinvolgendo sia il livello nazionale (allora Ministero dell’Industria) sia quello europeo (la Direzione generale Imprese della Commissione UE). Risolto questo nodo, il problema si è spostato a livello regionale. Abbiamo dovuto convincere le autorità di gestione dei programmi operativi regionali a rivedere le proprie prassi. Anche qui è servito un lavoro paziente e tecnico per correggere un vizio terminologico che si trasformava in una discriminazione di fatto.

Quali altri ostacoli ha incontrato il terziario?
La “concentrazione delle risorse” è stata un’altra barriera. Nelle strategie di specializzazione intelligente promosse dall’Unione Europea, molte regioni hanno interpretato l’indicazione come una scusa per escludere i settori terziari dai fondi per l’innovazione. In più, i cicli di programmazione settennali sono troppo lunghi per rispondere in modo tempestivo alle esigenze congiunturali. Questo penalizza le imprese, specie le più piccole, che hanno bisogno di interventi just in time.
A proposito di cicli settennali, cosa è cambiato in quello attuale (2021-2027)?
Il settennio è stato colpito da crisi su più fronti: la pandemia, la Brexit, la guerra in Ucraina, l’inflazione energetica. La Commissione ha reagito in parte con strumenti di emergenza, ma l’Italia, ad esempio, ha perso occasioni come i fondi del “MES Sanità”. In questo scenario, le micro e piccole imprese si sono trovate esposte a costi energetici insostenibili. Noi abbiamo cercato di aiutarle con reti di supporto e proposte per nuovi strumenti finanziari, ma resta fondamentale l’accesso a misure strutturali più inclusive.
Quali sono le emergenze attuali?
Una su tutte: la desertificazione commerciale nei centri urbani, dovuta spesso alla speculazione sugli affitti. Occorre prevedere forme di supporto per l’edilizia commerciale, come già si fa per l’edilizia residenziale. In più, è necessario sviluppare prodotti finanziari specifici con il coinvolgimento dei consorzi fidi, che già oggi offrono garanzie e accordi con le banche a condizioni favorevoli.
E sul piano operativo, cosa consiglia alle imprese?
Primo: evitare gli “improvvisatori” e rivolgersi a professionisti e associazioni di categoria (noi, per esempio, abbiamo uno Sportello Europa). Ogni impresa dovrebbe partire da qui: valutare bene le proprie esigenze, verificare la coerenza del progetto con le linee di finanziamento disponibili e, solo dopo, attivarsi. Inoltre, bisognerebbe ricordare che la politica di coesione non è pensata per gestire l’ordinario, ma per favorire lo sviluppo. Le PMI, in particolare quelle del terziario, devono poter accedere a un mix di strumenti, dai contributi a fondo perduto ai finanziamenti agevolati. E serve un approccio place-based: quello che va bene per Milano centro non è detto che funzioni ad Alessandria, e viceversa. In questo senso, il supporto delle autonomie locali e il rispetto dei principi di sussidiarietà e proporzionalità sono fondamentali per garantire equità e impatto reale degli interventi.
Photo Cover: Katemangostar / Freepik

