Tra la riforma dei Fondi interprofessionali e la sfida dell’intelligenza artificiale, il mondo del lavoro si trasforma e la formazione ne diventa il presupposto fondamentale.
La formazione finanziata in Italia entra in una fase di trasformazione profonda. Il Decreto Direttoriale n. 8 del 9 gennaio 2026 segna infatti un passaggio decisivo nella ridefinizione del sistema dei Fondi interprofessionali. Introduce nuove regole, controlli più stringenti e un’apertura a risorse integrative che modifica gli equilibri di un comparto centrale per le politiche attive del lavoro.
Dopo oltre quindici anni di sostanziale stabilità normativa, il nuovo impianto interviene su governance, funzionamento e accountability dei Fondi, trasformando quello che era stato definito un “quasi mercato” in un sistema più regolato e strutturato. Tra le novità principali emergono verifiche periodiche, obblighi di pianificazione triennale, standard tecnologici più avanzati e requisiti stringenti in termini di trasparenza e certificazioni. Un’evoluzione che, se da un lato rafforza l’affidabilità del sistema, dall’altro innalza le barriere di accesso, rendendo la capacità organizzativa e digitale un fattore competitivo determinante.
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Il confronto istituzionale: il ruolo del Symposium
In questo scenario si inserisce il Symposium della Formazione Finanziata, tenutosi il 25 marzo scorso a Roma, promosso da Ecosistema Formazione Italia (EFI) in collaborazione con lo Studio Galvan. Un momento di confronto tecnico e istituzionale che ha riunito rappresentanti del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, del Ministero dell’Università e della Ricerca e dei principali attori del settore, con l’obiettivo di analizzare gli impatti della riforma e le prospettive del comparto.
«La riforma rende evidente come la formazione continua non sia più soltanto uno strumento di aggiornamento professionale, ma un’infrastruttura economica strategica per lo sviluppo del Sistema Paese», ha sottolineato Kevin Giorgis, presidente di EFI. «Il Symposium nasce proprio per favorire un confronto operativo tra istituzioni e operatori in una fase di ridefinizione del sistema delle competenze».
Il dibattito si è concentrato su alcuni nodi centrali: sostenibilità economica dei Fondi, interoperabilità digitale, certificazione delle competenze e integrazione tra risorse pubbliche e private. Temi che riflettono un cambiamento più ampio, in cui la formazione viene sempre più integrata nelle politiche attive del lavoro, diventando leva per gestire transizioni occupazionali e trasformazioni produttive.
Il lavoro che cambia: i dati Ipsos Doxa
Parallelamente, il 26 e 27 marzo, sempre a Roma, l’Innovation Training Summit 2026 ha ampliato lo sguardo, portando al centro il futuro del lavoro e delle competenze. Proprio in questa occasione sono stati presentati in anteprima i dati della ricerca Ipsos Doxa, che offrono una fotografia complessa e articolata delle dinamiche in atto. Tre elementi emergono con forza.
Il primo riguarda la ridefinizione del rapporto tra lavoro e realizzazione personale: solo il 55% delle persone associa ancora il successo professionale alla propria realizzazione, segno di un cambiamento nei valori e nelle aspettative, sempre più orientati al benessere e alla ricerca di senso.
Il secondo è legato all’impatto della tecnologia e dell’intelligenza artificiale, percepite contemporaneamente come opportunità e minaccia: se il 64% degli intervistati riconosce nuove possibilità di impiego, il 67% teme la perdita di posti di lavoro, evidenziando una tensione crescente tra innovazione ed equità.

Photo: Ufficio Stampa EFI
Il terzo elemento riguarda la crisi di fiducia, soprattutto tra i più giovani. Secondo Ipsos Doxa, un under 35 su tre percepisce il futuro come privo di prospettive, mentre aumentano le preoccupazioni legate a sfruttamento, precarietà e mancanza di tutele. Il lavoro resta centrale come fonte di reddito e indipendenza, ma perde progressivamente la sua dimensione identitaria.
Human vs AI: dove nasce il valore non automatizzabile
È proprio dentro questa tensione tra innovazione tecnologica e dimensione umana che si inserisce uno degli incontri più interessanti e attuali del Summit, dal titolo “Human vs AI o Human powered by AI? Dove nasce il valore che non si può automatizzare”.
Il panel ha messo in luce come l’adozione dell’intelligenza artificiale non possa essere ridotta a una semplice questione tecnologica, ma richieda un allineamento tra processi, organizzazione e cultura aziendale. La sfida, emersa con chiarezza, è innanzitutto di governance: definire regole, responsabilità e policy chiare per consentire alle persone di sperimentare in sicurezza, evitando sia l’uso disordinato sia il rifiuto dettato dalla paura. Al tempo stesso, è stato sottolineato come l’intelligenza artificiale amplifichi ciò che trova: dati incompleti o processi inefficaci non vengono corretti, ma potenziati, con il rischio di generare più danni che benefici.
Per questo motivo, molte aziende stanno investendo non solo in tecnologia, ma anche in percorsi di accompagnamento culturale, introducendo momenti di formazione, spazi di sperimentazione e persino meccanismi di gamification per rendere l’AI più accessibile e meno percepita come minaccia.
Tra le immagini più efficaci scaturite dal confronto, quella che paragona il rapporto tra esseri umani e intelligenza artificiale a una maionese: due ingredienti che, se combinati correttamente, producono valore, ma che rischiano di “impazzire” se manca metodo, equilibrio e consapevolezza. In questo equilibrio fragile si colloca il vero nodo del futuro del lavoro.
Il punto di arrivo condiviso dai relatori è chiaro: il valore che non si può automatizzare nasce da competenze profondamente umane. Pensiero critico, capacità di definire obiettivi e contesto, visione strategica, creatività ed empatia rappresentano gli elementi che permettono di governare l’intelligenza artificiale, evitando che diventi un semplice moltiplicatore di errori o inefficienze. In altre parole, l’AI accelera, ma non sostituisce: la direzione resta umana.
Una nuova alleanza tra persone e tecnologia
«Siamo di fronte a una ridefinizione profonda del patto tra lavoratori e imprese», ha dichiarato il presidente dell’EFI Giorgis. «La formazione deve diventare il ponte tra le paure delle persone e le esigenze di efficienza del sistema produttivo». A questa visione si affianca quella di Nicola Neri, amministratore delegato di Ipsos Doxa, che sottolinea come il lavoro stia vivendo un cambio di paradigma: non più un equilibrio tra vita privata e professionale, ma una fusione tra le due dimensioni, che richiede nuovi modelli di leadership, maggiore empatia e una gestione completamente ripensata del tempo e delle responsabilità.

Photo: Riccardo Pallotta
In questo contesto, la riforma dei Fondi interprofessionali e il confronto emerso durante il Symposium assumono un significato ancora più rilevante. Non si tratta solo di ridefinire regole e strumenti, ma di costruire un sistema capace di rispondere a trasformazioni profonde, dove tecnologia, demografia e nuovi valori stanno riscrivendo il significato stesso del lavoro.
La sfida: governare il cambiamento
La vera sfida, oggi, è tenere insieme due esigenze apparentemente opposte: da un lato, garantire maggiore controllo, trasparenza e qualità; dall’altro, preservare la flessibilità necessaria per rispondere rapidamente ai bisogni di imprese e lavoratori. In gioco non c’è solo l’efficacia delle politiche formative, ma la capacità del sistema Paese di accompagnare il cambiamento. Perché, come emerge con chiarezza da questo evento, la formazione non è più un supporto al lavoro: sembra essere divenuta il suo presupposto.
Photo cover: ufficio stampa EFI

