Liquid Factory seleziona giovani talenti europei e costruisce con loro startup globali partendo dalla Valtellina, per poi lanciarle nei network internazionali. Un approccio che mira a rompere il circuito chiuso dell’innovazione italiana e creare unicorni, non PMI.
Dopo 23 anni nella Silicon Valley, Fabrizio Capobianco è tornato nella sua Valtellina per fondare una startup factory che punta a costruire unicorni. È Liquid Factory, che non è un incubatore, né un acceleratore, ma una vera e propria fabbrica di startup. Ai giovani selezionati offre 200mila euro (con la collaborazione della Banca Popolare di Sondrio), un programma intensivo tra le Alpi e la possibilità di entrare nei migliori acceleratori del mondo, come racconta in questa intervista.
Dalla Silicon Valley a Sondrio: quali sono stati i momenti fondamentali della sua carriera?
Ho sempre avuto una passione per la costruzione di cose nuove. Ho fatto il dottorato in informatica a Pavia e poi ho fondato due startup in Italia, quando ancora la parola startup qui non esisteva. Poi sono partito per la Silicon Valley, dove ho creato due aziende finanziate da Venture Capital: Funambol, che ha portato il cloud sui telefoni prima che arrivasse l’iPhone, e TOK.tv, per cambiare il modo in cui i tifosi guardano insieme le partite.

Capobianco al BigBench in Valtellina
Tutte le mie aziende, anche negli Stati Uniti, le ho costruite con ingegneri italiani, perché sono semplicemente i migliori del mondo. TOK.tv era un’azienda liquida, con 40 milioni di utenti ma nessun ufficio, 100% remota. Sono tornato in Italia dopo 23 anni in Silicon Valley e oggi con Liquid Factory voglio replicare quel modello con una nuova generazione di giovani: dargli il contesto, la velocità e la cultura per costruire startup globali fin dal primo giorno. Puntando sulla qualità della vita, che in Valtellina è altissima.
Come funziona concretamente il modello che Liquid Factory ha creato?
Liquid Factory è una startup factory, ovvero una fabbrica di startup, non un incubatore né un acceleratore. Non partiamo da idee, ma da persone. Selezioniamo i migliori giovani talenti europei e investiamo in loro 200mila euro (Liquid Factory è stata finanziata con 4 milioni di euro da Banca Popolare di Sondrio). Li portiamo in Valtellina, dove in qualche mese costruiamo insieme una startup reale, con un prodotto e una tesi di business chiara. Noi lavoriamo ogni giorno con loro, come co-founder. Quando il progetto è pronto, li aiutiamo a entrare nei migliori acceleratori internazionali e a raccogliere capitali in Silicon Valley, lasciando il resto del team in Italia. L’obiettivo non è farli restare qui: è farli crescere e portarli nel posto giusto per diventare grandi. La Silicon Valley resta il miglior ecosistema per scalare, ma il talento nasce ovunque. E in Italia ce n’è tantissimo, anche se ha poche opportunità.
Nel panorama attuale dell’innovazione italiana, quali sono secondo lei le principali barriere all’accesso ai capitali per le startup?
Il problema è profondo e strutturale. In Italia si investe poco sul rischio, e soprattutto troppo tardi e non sui giovani. I fondi vogliono vedere ricavi e numeri prima di credere in un team, ma se non investi presto, quella trazione non arriva mai. Poi c’è un tema culturale: il venture capital italiano è costretto a trattenere le aziende per sempre, perché non ci sono tante exit (ovvero le grandi aziende che comprano le startup). E senza exit, i soldi non tornano indietro e il sistema non si rigenera. È un circuito chiuso che frena tutto. Le startup italiane spesso si “piemmizzano”: invece di crescere e scalare, diventano piccole e medie imprese. E così perdono la spinta a fare il salto. Liquid Factory nasce proprio per rompere questo schema, per creare startup che pensano in grande fin dal giorno uno. Tante moriranno, ma il nostro scopo è che una diventi un unicorno e ripaghi l’investimento su tutte le altre.

Un team di Liquid Factory
La finanza agevolata può rappresentare un volano importante per progetti come i vostri: in che modo gli strumenti pubblici possono integrarsi con il capitale privato e con l’investimento di Liquid Factory?
Credo che la finanza agevolata possa davvero avere un ruolo importante se lavora in sinergia con il capitale privato. Gli strumenti pubblici possono ridurre il rischio iniziale e rendere più accessibili le prime fasi di costruzione, quando un’idea è ancora fragile ma ha potenziale. L’importante è che siano semplici, rapidi e pensati per accelerare chi costruisce, non per rallentarlo con burocrazia. Se la finanza pubblica riesce a sostenere chi lavora sull’innovazione reale, e a farlo in tempi compatibili con il mercato, allora diventa un alleato prezioso. In quel caso, il mix tra pubblico e privato può essere molto potente.
Guardando al futuro, quali sinergie immagina tra ecosistemi locali come quello di Sondrio e i network internazionali di innovazione di cui lei fa parte? C’è spazio per un ponte stabile tra startup italiane e venture capital statunitensi?
C’è spazio, e noi lo stiamo già costruendo. La Valtellina è un luogo perfetto per pensare e creare: qualità della vita, natura, concentrazione, comunità. Poi però bisogna uscire. Con Liquid Factory costruiamo qui le basi — team, prodotto, validazione — e poi li accompagniamo nei network internazionali dove possono raccogliere capitali e crescere. È il percorso che ho fatto io, e ora voglio renderlo replicabile. L’obiettivo è chiaro: prendere i migliori talenti europei, farli lavorare in un contesto efficace, e portarli nel posto dove possono davvero diventare unicorni. Non per trattenerli, ma per farli volare.

